Le risaie del Vercellese sono uno di quei paesaggi che non si dimenticano facilmente. Qui la campagna non è mai statica, ma cambia volto con una precisione quasi pittorica, come se fosse un grande calendario naturale disteso sulla pianura.
Il “mare a quadretti” della primavera, quando l’acqua riflette il cielo e moltiplica l’orizzonte, lascia piano piano spazio al verde saturo dell’estate, intenso e compatto, fino al giallo dorato del tempo della raccolta. In inverno, invece, i campi si spogliano e assumono tonalità bruciate, che raccontano il riposo della terra.
Le risaie del Vercellese
Le risaie del Vercellese sono un territorio fortemente identitario, forse unico nel suo genere per riconoscibilità e coerenza visiva: un paesaggio agricolo che non si limita a essere sfondo, ma diventa protagonista.
Camminare tra queste terre significa anche entrare in una storia diffusa, fatta di borghi, grange, canali, custodite spesso in silenzio tra cascine e vecchie cantine.
Sono frammenti di memoria che meritano di essere riportati alla luce, per non disperdere l’eredità che il tempo ci ha consegnato.
Festival Internazionale del Riso di Vercelli: Risò 2026
Ed è proprio in questo equilibrio tra natura, storia e cultura che le risaie del Vercellese si preparano a vivere uno dei loro momenti più importanti dell’anno: Risò 2026, il Festival Internazionale del Riso.
A settembre 2026 torna infatti Risò, un’occasione per attraversare questi luoghi con occhi diversi e riscoprire, attraverso il riso, l’identità più profonda di queste terre.
Dall’11 al 13 settembre, Vercelli torna sotto i riflettori, dopo il successo dell’edizione 2025, per raccontare ancora una volta il patrimonio di un terriotrio che ha fatto del riso la sua firma.
E lo fà a tutti i livelli, coincolgendo gli esperti del settore, che si danno appuntamento qui, da tutto il mondo, ma anche e soprattuto la gente comune che può: Toccare, Assaggiare, Ascoltare ed Esplorare.
Ce n’è per tutti i gusti, tra showcooking e degustazioni ma anche tour del territorio per aiutare il pubblico a leggere l’origine e la storia di queste terre dell’acqua che hanno così plasmato l’identià delle comunità.
Il Canale Cavour: l’opera che ha cambiato il volto del Vercellese
Centosessant’anni fa, l’acqua cambiò il destino della pianura piemontese.
Il Canale Cavour nasce da una delle più grandi visioni infrastrutturali dell’Italia dell’Ottocento: portare l’acqua del Po fino alle risaie del Vercellese e della Lomellina, trasformando un territorio già fertile in uno dei più importanti distretti risicoli d’Europa. Ma dietro questa impresa non c’era soltanto l’ideale del progresso.
Camillo Benso di Cavour conosceva intimamente quelle terre. Nelle sue proprietà di Leri, non lontano da Trino, sperimentava innovazioni agricole e comprendeva meglio di chiunque altro il valore economico dell’acqua. La sua fu una visione lungimirante, ma anche concreta e interessata: irrigare significava aumentare la produttività dei campi, sostenere l’economia e rafforzare la competitività del territorio. In questo caso, l’interesse del proprietario terriero e quello della collettività finirono per incontrarsi.
Cavour immaginò il canale, ne sostenne il progetto e ne intuì la portata strategica, ma non ebbe mai la possibilità di vederlo realizzato.
Morì nel 1861, cinque anni prima dell’inaugurazione dell’opera, avvenuta nel 1866. Il suo nome rimase però indissolubilmente legato a quel nastro d’acqua lungo oltre ottanta chilometri che ancora oggi attraversa la pianura.
Lungo questo sistema idraulico sorsero anche strutture fondamentali per la gestione delle acque. Tra queste, il nodo idraulico di Chivasso e soprattutto il complesso regolatore nei pressi di Santhià, concepito per distribuire e controllare i flussi verso le diverse reti irrigue.
A 160 anni dalla sua inaugurazione, il Canale Cavour continua a raccontare una storia fatta di ingegno, ambizione e compromessi. Non il monumento a un uomo solo, ma il risultato di una visione collettiva che ha saputo trasformare una risorsa naturale in prosperità diffusa. Ancora oggi, osservando l’acqua che scorre tra le campagne piemontesi, si può riconoscere l’eredità di quell’idea ottocentesca: che il futuro di una comunità possa nascere dalla capacità di governare, con intelligenza e rispetto, le forze della natura.

I Borghi delle vie d’acqua: cosa vedere nel Vercellese
Nel Vercellese i borghi non si raccontano mai da soli: sono parte di un sistema più ampio, modellato nei secoli dall’acqua e dalla coltivazione del riso.
È un paesaggio diffuso, in cui la pianura agricola, i centri abitati e le infrastrutture idriche si intrecciano fino a formare una trama continua, che conserva una forte identità e che trova nel racconto – anche turistico – una possibilità per essere riconosciuto e valorizzato.
È un territorio che nasce dal lavoro e dalla resistenza del tempo, meno immediatamente “spettacolare” di altri immaginari turistici, ma proprio per questo profondamente umano e autentico.
Qui il territorio si costruisce per connessioni.
Ogni borgo delle vie d’acqua rappresenta una variazione dello stesso linguaggio: quello di una terra trasformata dall’uomo attraverso il lavoro agricolo, ma anche custodita nel tempo attraverso forme di comunità che ne hanno preservato identità e memoria.


Il Principato di Lucedio: la culla del riso italiano
Il Principato di Lucedio segna uno dei punti d’origine di questo sistema.
Arrivando qui, la sensazione è quella di entrare in una storia lunga quasi nove secoli.
Infatti, era il 1123 quando i monaci cistercensi, giunti dalla Borgogna, scelsero queste terre, che allora apparivano come una vasta area di boschi, acquitrini e terreni incolti, per fondare la loro abbazia.
Con pazienza e disciplina, bonificarono il territorio, disboscarono, quasi tutto, livellarono e trasformarono l’acqua da ostacolo a risorsa. È proprio da questo lavoro silenzioso che nasce una delle rivoluzioni agricole più importanti d’Italia: la coltivazione del riso.
Inizia così a prendere forma il sistema delle Grange, poderi agricoli organizzati, dove lavoro e vita quotidiana si mescolano, grazie alla presenza di case per i lavoratori, scuole per i figli, dormitori per le mondine.
Passeggiando all’interno dell’Abbazia di Lucedio si percepisce ancora oggi l’eredità lasciata dai monaci cistercensi. Il chiostro, la sala capitolare e gli antichi edifici in mattoni raccontano un passato fatto di spiritualità, lavoro e innovazione agricola. Lucedio non fu soltanto un monastero, ma un vero centro economico medievale capace di amministrare vaste proprietà e di influenzare profondamente lo sviluppo del territorio vercellese. Per chi cerca cosa vedere nel Vercellese, questo complesso rappresenta una tappa imprescindibile per comprendere le origini della coltivazione del riso e la storia della pianura piemontese.
Se la storia dell’Abbazia di Lucedio conquista gli appassionati di cultura, sono le sue misteriose leggende ad averla resa celebre ben oltre i confini del Piemonte.
Tra le mura dell’antica abbazia si tramandano racconti di cripte segrete, monaci tentati dal demonio ed esorcismi che, secondo la tradizione popolare, sarebbero stati autorizzati direttamente dal Papa. Il simbolo più famoso di queste storie è la cosiddetta “colonna che piange” o fonte lacrimosa, situata nella sala capitolare.
Ancora oggi dalla sua superficie emergono piccole gocce d’acqua che hanno alimentato per secoli misteri, superstizioni e racconti tramandati di generazione in generazione.
Sebbene la spiegazione scientifica attribuisca il fenomeno all’umidità e alla particolare porosità della pietra, osservare la colonna che piange di Lucedio continua a suscitare curiosità e suggestione nei visitatori, contribuendo al fascino di uno dei luoghi più enigmatici del Piemonte.
Oggi il Principato di Lucedio è ancora un’azienda agricola viva, dove il riso continua a essere coltivato ma è anche un luogo che si apre ai visitatori, per eventi o visite, che rappresentano un filo conduttore tra presente e passato. Dall’alto del suo campanile, si gode di una vista strepitosa sul Bosco della Partecipanza di Trino.

Trino e il Bosco della Partecipanza: un patrimonio unico del Vercellese
Il Bosco della Partecipanza di Trino è uno di quei luoghi che non si possono raccontare con distacco, perché restituisce con forza un’idea, quasi disarmante, di cosa significhi appartenere a una comunità.
Non è soltanto un bosco, né soltanto un frammento della foresta planiziale padana sopravvissuto alla trasformazione agricola: è soprattutto una storia collettiva che continua a vivere.
Perché è resistito nel tempo?
La sua origine risale al XIII secolo, quando il Marchese del Monferrato concesse alla popolazione una porzione di bosco affinché potesse ricavarne legna, risorsa allora essenziale per la sopravvivenza quotidiana. Da quel gesto nacque un patto semplice e rivoluzionario: la terra non apparteneva al singolo, ma alla comunità, e doveva essere gestita insieme, secondo regole condivise e uguali per tutti.
Da allora, quel patto non si è mai spezzato. Ancora oggi il bosco viene amministrato collettivamente attraverso il sistema delle “sorti”, con l’assegnazione periodica dei lotti di legname tramite sorteggio tra gli aventi diritto. Un meccanismo antico, ma tuttora vivo, che rende concreta l’idea di equità e condivisione.
Le grange del Vercellese: le architetture rurali della pianura del riso
Nel paesaggio del Vercellese le grange rappresentano una delle testimonianze più importanti della trasformazione agricola della pianura. Si tratta di complessi rurali nati in età medievale, spesso legati a ordini monastici, che avevano il compito di organizzare e gestire in modo strutturato le attività agricole. Non si tratta di semplici cascine, ma veri e propri centri produttivi e amministrativi, completi di tutto, spazi di lavoro, spazi residenziali, scuole, a volte chiese.
Tra le più significative, oggi visitabili con tour esclusivi, ci sono la Grangia di Pobietto, sorta alla fine del XII secolo, la Tenuta Colombara, resa celebre anche da diverse riprese televisive e cinematografice, ma anche Cascina Darola, una delle sei possedute dal Principato di Lucedio.
Rive: il borgo della Street Art nel vercellese
Rive rappresenta uno dei casi più interessanti di reinterpretazione contemporanea del paesaggio rurale.
L’idea di trasformare il borgo attraverso la street art nasce dalla volontà della comunità di dare nuova visibilità alla propria identità agricola, raccontandola non attraverso il linguaggio tradizionale della memoria, ma con un’espressione visiva immediata, accessibile e profondamente legata al presente.
I muri delle case, delle vie e degli spazi pubblici sono diventati così tele narrative, sulle quali prendono forma murales dedicati alla vita contadina, alla coltivazione del riso, alle mondine, ai lavori nei campi e ai gesti quotidiani che hanno caraterizzato da sempre questo territorio.
L’intento è quello di ripensare il borgo in chiave contemporanea senza perdere il legame con la storia, trasformandolo in un luogo capace di dialogare con chi lo attraversa oggi.
Noi ci leggiamo una forte volontà di restare, di farsi vedere e di continuare a esistere dentro il cambiamento del tempo: la street art come strumento di rigenerazione territoriale, pensata per attrarre visitatori e viaggiatori lenti, interessati a forme di turismo autentico e radicate nei luoghi.


Perché partecipare al Festival del Riso di Vercelli
Per convincervi che vale davvero la pena partecipare al Festival del Riso di Vercelli, forse basterebbero i numeri dell’edizione 2025: oltre 70.000 presenze nel Village, più di 5 milioni di visualizzazioni sui social media e la partecipazione di 9 Paesi alla cerimonia inaugurale.
Ma i numeri, da soli, non raccontano tutto.
Partecipare al Festival del Riso significa vivere un’esperienza autentica nel cuore del territorio vercellese, là dove il paesaggio, la cultura e l’identità locale si intrecciano da secoli attorno alla coltivazione del riso. È un’occasione per conoscere da vicino le tradizioni delle risaie del Piemonte, incontrare le persone che le custodiscono e comprendere il valore di una storia che continua ancora oggi.
Le comunità che abitano queste terre vi accoglieranno con gratitudine:
- per la curiosità di scoprire il loro mondo e il desiderio di sentirvene parte, anche solo per qualche giorno;
- per la volontà di ascoltare, comprendere e fare tesoro dei valori che hanno plasmato questo territorio;
- per la capacità di guardare al futuro senza dimenticare le radici, mantenendo vivo il dialogo tra innovazione e memoria.
In un’epoca in cui molte destinazioni vengono consumate velocemente e dimenticate altrettanto in fretta, il Festival del Riso propone un modo diverso di viaggiare. Un turismo esperienziale e sostenibile, che non si limita a visitare un luogo, ma crea relazioni, genera conoscenza e lascia un segno positivo sia in chi arriva sia in chi accoglie.
Per questo il Festival del Riso di Vercelli non è soltanto un evento enogastronomico: è un invito a entrare in contatto con l’anima di un territorio che ha fatto dell’acqua, del lavoro e della cultura del riso una delle sue più straordinarie eredità.
Come prenotare i tour del Festival del Riso di Vercelli
Partecipare ai tour del territorio Vercellese, è semplice. Sulla pagina di Somewhere Tour, il tour operator che li organizza, saranno resi disponibili diverse tipologie di tour, da mezza giornata a giornata intera, con partenze da Torino e da Vercelli.
Basta selezionare il tour desiderato, scegliere la data e completare la procedura di acquisto online. Dopo la prenotazione, i partecipanti riceveranno una conferma via email con tutte le informazioni pratiche, inclusi orario di ritrovo e dettagli sull’itinerario.
Vi consigliamo di prenotare in anticipo, poiché i posti sono limitati e i tour possono esaurirsi rapidamente.
Se volete informazioni aggiuntive, potete inviare un WhatsApp
al numero: 334 675 8551





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