Non ricordo quale sia stato il primo animale che abbiamo visto nel Serengeti.
Ricordo invece perfettamente quando abbiamo smesso di pensare a noi stessi.
A casa la mente corre sempre. Al lavoro, agli impegni, alle scadenze, alle cose da fare domani.
Nel Serengeti accade qualcosa di insperato. Quei pensieri iniziano lentamente a svanire, uno dopo l’altro, fino a lasciare spazio a una sola cosa: ciò che hai davanti.
L’erba che si muove.
Un elefante che compare all’orizzonte.
Il silenzio.
La sensazione di essere ospiti in un mondo che non ha bisogno di noi per esistere.
Ed è forse questa l’emozione più potente che l’Africa ci ha regalato.
I Maasai chiamano questo luogo “Endless Land“.
Quando sei lì capisci che non si tratta soltanto di una descrizione geografica. Davanti a te si apre una distesa sconfinata che sembra vuota, quasi immobile.
Eppure, nascosto nell’erba alta lasciata dalle piogge, si muove uno dei mondi animali più ricchi del pianeta.
Il Serengeti ti chiede di rallentare, di osservare, di aspettare. E quando finalmente impari a guardare, ti accorgi che la vera immensità non è quella del paesaggio, ma quella della vita che custodisce.
Safari nel Serengeti a maggio: perché abbiamo scelto la stagione verde
Noi siamo arrivati in Tanzania alla fine di maggio, per esplorare i parchi del circuito settentrionale. Tra tutti, il Serengeti è stato il luogo in cui abbiamo trascorso più tempo e quello che, probabilmente, ci ha lasciato il segno più profondo.
Chi cerca informazioni online spesso trova consigli che spingono verso i mesi della Grande Migrazione, quando migliaia di animali si spostano contemporaneamente tra Tanzania e Kenya. Noi abbiamo scelto invece un periodo diverso.
La stagione delle piogge era appena terminata.
La savana era verde. L’erba alta. I colori intensi.
E soprattutto c’erano poche jeep.
Quello che abbiamo trovato è stato un Serengeti meno spettacolare nelle statistiche e infinitamente più emozionante nell’esperienza.
Per ore abbiamo attraversato pianure immense senza incontrare quasi nessuno. Solo noi, il rumore del motore e quella sensazione di essere ospiti di qualcosa di molto più grande.

La nascita del Serengeti
Il Parco Nazionale del Serengeti nasce ufficialmente nel 1951, anche se la tutela di quest’area era iniziata già negli anni precedenti, quando una parte delle pianure era stata trasformata in riserva di caccia.
L’obiettivo era proteggere uno degli ecosistemi più straordinari dell’Africa e la sua straordinaria concentrazione di fauna selvatica. La nascita del parco, però, ebbe anche un lato più complesso: le nuove regole di conservazione limitarono progressivamente l’accesso dei Maasai alle terre che tradizionalmente utilizzavano per il pascolo, dando origine a tensioni forse placate solo con lo spostamento dei Masaai nella conservation area di Ngorogoro.
Il bracconaggio esiste e riguarda tutti noi
Parlare di safari significa inevitabilmente parlare anche di conservazione.
Da quando è nato il parco, la protezione ha significato anche sorvegliarlo ogni giorno perché il bracconaggio rappresentare una minaccia concreta per molti animali africani e alimenta mercati illegali da milioni di euro.
Il parco è parte del sistema di gestione di TANAPA (Tanzania National Parks), che svolge un lavoro di controllo costante.
Già nei primi anni del parco figure come Myles Turner ebbero un ruolo importante nella lotta al bracconaggio. Ancora oggi il loro lavoro è essenziale per mantenere protetto un territorio di oltre 14.000 km².
Prima del nostro viaggio abbiamo ascoltato più volte le parole dei libri di Davide Bomben e una riflessione, in particolare, ci ha colpito profondamente.
Davide Bomben, ranger impegnato da anni nella salvaguardia della fauna africana (anche erede del gruppo Il Diamante), ripete spesso un concetto tanto semplice quanto potente: l’arma più efficace contro il bracconaggio non è il fucile. Sono i turisti.
Perché i turisti, che vengono qui, danno valoire all’animale vivo.
Le guide lavorano. I lodge assumono personale. Le comunità locali ottengono benefici economici.
I ranger possono continuare le attività di tutela.
Quando un elefante vivo genera occupazione e sviluppo per decine di famiglie, la sua protezione diventa un interesse condiviso.
Per questo motivo riteniamo che visitare Tanzania, Kenya, Namibia o Sudafrica in modo responsabile non sia soltanto un viaggio straordinario. È anche un modo concreto per sostenere un modello economico che protegge il territorio invece di distruggerlo.


Chi sono i Big Five e perché il loro significato oggi dovrebbe cambiare
Quando si organizza un safari in Tanzania, una delle prime espressioni che si incontrano è “Big Five“. Quasi tutti ne parlano. Molti però ne fraintendono il significato.
Non si tratta dei cinque animali più grandi dell’Africa, come si potrebbe pensare. Il termine nasce durante l’epoca coloniale per indicare gli animali più difficili da cacciare: leone, leopardo, elefante, rinoceronte e bufalo.
Una classificazione che oggi appare decisamente lontana dalla sensibilità di molti viaggiatori. Noi preferiamo attribuire a quel termine un significato diverso.
Se esiste una cattura che vale davvero la pena portare a casa dal Serengeti, è quella realizzata attraverso una fotografia.
Uno scatto che conserva un’emozione. Un ricordo che permette all’animale di continuare a vivere libero.
Una testimonianza che racconta il privilegio di aver condiviso per qualche istante il suo stesso spazio.
Gli animali del Serengeti
I Big Five sono forse gli animali che tutti sperano di incontrare durante un safari, ma il Serengeti è molto più di leoni, elefanti, leopardi, bufali e rinoceronti. Qui la fauna è ovunque: nelle immense praterie, tra i kopjes, lungo i corsi d’acqua e tra gli alberi della savana.
Alcuni incontri sono quasi garantiti, altri richiedono pazienza e un po’ di fortuna. E spesso sono proprio i comportamenti degli animali a rendere un avvistamento indimenticabile.
Giraffa

La giraffa sembra vivere in un mondo tutto suo, con la testa tra le acacie e lo sguardo sempre più in alto di tutti gli altri. Sul suo dorso capita spesso di vedere piccoli uccelli, i bufaghi, che si nutrono di zecche e altri parassiti: una curiosa collaborazione dalla quale entrambi traggono vantaggio.
E c’è un’altra piccola meraviglia: il disegno delle macchie è unico per ogni giraffa, un po’ come un’impronta digitale.
Elefante

Veder arrivare un branco di elefanti nella savana è uno di quegli incontri che fanno sembrare tutto il resto improvvisamente più piccolo. Sono animali sociali, vivono in gruppi guidati generalmente da una femmina anziana e sono famosi per la loro memoria: riconoscono luoghi, percorsi e altri individui anche dopo molto tempo. Nel Serengeti gli elefanti si muovono soprattutto nelle aree dove trovano alberi, arbusti e acqua.
Leone

Il leone è il grande protagonista della savana, ma durante un safari lo si incontra molto più spesso mentre riposa piuttosto che durante la caccia. Può trascorrere gran parte della giornata sdraiato all’ombra, aspettando che arrivi il momento giusto. I kopjes, gli affioramenti rocciosi che interrompono le pianure del Serengeti, sono tra i suoi luoghi preferiti per riposare e osservare il territorio.
Leopardo

Il leopardo è quello che bisogna imparare a cercare. È più schivo e spesso trascorre il tempo sugli alberi, dove può riposare al sicuro e tenere la preda lontana dai concorrenti.
Il suo mantello è dorato e ricoperto di rosette, che lo aiutano a mimetizzarsi tra luce e ombra.
Ne abbiamo avvistati due anche se piuttosto lontano da noi, ci siamo sentiti davvero fortunati.
Ghepardo (Cheetah)

A prima vista può essere confuso con il leopardo, ma basta guardarlo meglio per distinguerlo: il ghepardo è più slanciato, ha un mantello più chiaro ricoperto di macchie nere e quelle caratteristiche “lacrime” scure che scendono dagli occhi verso il muso. A differenza del leopardo, preferisce gli spazi aperti.
Ippopotamo (Hippo)

Dietro quell’aria apparentemente tranquilla si nasconde uno degli animali più territoriali e pericolosi dell’Africa. Gli ippopotami trascorrono gran parte della giornata immersi nell’acqua, ma non bisogna lasciarsi ingannare dalla loro immobilità: possono essere molto aggressivi, anche senza un reale motivo.
Zebra

Una delle domande che viene spontanea guardando una zebra è: è bianca con le strisce nere o nera con le strisce bianche?
La risposta più corretta è che la zebra è considerata un animale a pelle nera, mentre le aree bianche del mantello corrispondono a zone in cui la pigmentazione del pelo non si sviluppa. E, proprio come per le giraffe, il disegno delle strisce è diverso per ogni individuo.
Gnu (Wildebeest)

Lo gnu è forse meno elegante di altri abitanti del Serengeti, ma è uno dei protagonisti assoluti della vita del parco. Insieme a zebre e gazzelle partecipa alla Grande Migrazione, uno dei più spettacolari movimenti di fauna selvatica del pianeta: milioni di animali si spostano attraverso il Serengeti-Mara seguendo la disponibilità di acqua e nuovi pascoli.
Iena (Hyena)

La iena maculata è un abile predatore, oltre che una grande opportunista, e vive in gruppi organizzati e molto complessi. Di notte la sua presenza si fa sentire più che vedere: noi l’abbiamo vista di giorno e sentita di notte muoversi e richiamarsi fuori dalle tende, un’esperienza che, nel buio della savana, è difficile da dimenticare.
Come orientarsi in una terra apparentemente infinita
Una delle domande che ci siamo posti più spesso durante il safari era sempre la stessa.
Come fanno a orientarsi?
Davanti a noi c’erano centinaia di chilometri quadrati di savana.
Ci sono le acacie certo, qualche collina all’orrizzonte e poi i kopjes, le rocce granitiche arrotondate che affiorano dalla pianura del Serengeti.
Un orizzonte che sembrava identico in ogni direzione.
Eppure le guide sapevano sempre dove portarci.
Conoscevano il territorio in modo impressionante.
Comunicavano tra loro attraverso le radio quando si verificava un avvistamento importante e in poco tempo le jeep convergevano verso un punto preciso.
Ma ciò che ci ha colpito di più è che non trasmettevano mai l’idea di stare inseguendo la natura.
Sembrava piuttosto che sapessero ascoltarla.
Leggere i segnali. Interpretare il paesaggio.
Comprendere dove gli animali avrebbero potuto trovarsi.


Quando smetti di fotografare e inizi a osservare
All’inizio del safari si scatta in continuazione.
Fotografie. Video. Raffiche di click per catturare ogni istante. Cambio continuo di obiettivi per raggiungere il dettaglio o per catturare l’immensità.
Poi qualcosa cambia.
La macchina fotografica resta più spesso appoggiata sulle ginocchia.
Il telefono rimane sul sedile.
E inizi semplicemente a osservare.
Aspetti che l’erba si muova. Segui le tracce sulla terra umida.
Cerchi di capire cosa stanno guardando le giraffe, mentre sulla loro pelle piccoli oxpeckers, le bufaghe, si muovono instancabili. Cercano zecche e altri parassiti, trovando nella giraffa cibo e protezione; la giraffa, in cambio, beneficia di questi piccoli aiutanti che le tengono sotto controllo parte dei parassiti.
È una relazione antica e sorprendente, che continua mentre intorno tutto sembra immobile.
Ascolti i versi degli ippopotami nell’acqua.
Ti sorprendi a sorridere per un piccolo di elefante che, goffamente, corre a nascondersi sotto la madre.
Incroci lungo la strada lo sguardo nervoso di un maschio di elefante solitario. La jeep si ferma e per un attimo cala il silenzio: lui sta valutando se ignorarti o ricordarti chi comanda davvero.
È in quel momento che il safari smette di essere una caccia agli avvistamenti e diventa un dialogo con la natura.

Leoni, leopardi e il ghepardo che si è fatto attendere fino all’ultimo
Nel corso della nostra permanenza abbiamo incontrato gran parte degli animali simbolo del Serengeti.
Branchi di leoni distesi all’ombra durante le ore più calde della giornata.
Leopardi perfettamente mimetizzati tra i rami degli alberi.
Iene. Gazzelle. Antilopi. Bufali. Rapaci.
Una quantità incredibile di vita animale.
Mancava soltanto lui: il ghepardo.
Per giorni non ne abbiamo visto nemmeno uno.
Poi, proprio quando stavamo per lasciare il Serengeti, eccolo comparire a bordo strada.
Come se fosse uscito apposta per salutarci.
Nella nostra jeep scherzavamo spesso sul fatto che il ghepardo fosse il “gattone” della savana, molto diverso dai grandi ruggiti dei leoni che dominano queste praterie. Slanciato, elegante, con quelle lacrime che gli scendono dagli occhi quasi come se fosse truccato.
Forse proprio perché si è fatto attendere così a lungo, il suo avvistamento è diventato uno dei ricordi più belli dell’intero viaggio.
La vera sostenibilità è essere qui quando non c’è nessuno
Negli ultimi anni la parola sostenibilità è stata utilizzata in molti modi diversi.
Per noi, dopo questo viaggio, ha assunto un significato molto concreto.
Essere qui. In questa stagione.
Quando non ci sono migliaia di persone concentrate negli stessi luoghi.
Quando la pressione sul territorio è minore.
Quando le strutture, le guide e le comunità locali continuano comunque ad aver bisogno del turismo per sostenersi.
Scegliere periodi meno affollati significa vivere un’Africa più autentica e allo stesso tempo distribuire i benefici economici del turismo durante tutto l’anno.
Significa portare risorse dove servono davvero.
Significa contribuire alla conservazione di un patrimonio naturale che appartiene a tutti.

Perché il Serengeti continua a chiamarti
È difficile spiegare cosa si provi davvero nel Serengeti.
Le fotografie aiutano.
I video aiutano.
I racconti aiutano.
Ma nessuno riesce a restituire completamente la sensazione di essere un puntino in mezzo a un’immensità che non ha bisogno di te per esistere.
Forse è proprio questo il motivo per cui l’Africa entra così profondamente nelle persone.
Ti ricorda quanto sei piccolo.
Ti ricorda quanto la natura sia grande.
E una volta tornato a casa ti accorgi che una parte di te è rimasta lì, in quell’Endless Land dove il tempo rallenta, i pensieri si fanno più leggeri e la vita continua a scorrere seguendo leggi antiche che nessun uomo potrà mai controllare.
Per questo torneremmo mille volte.
Perché l’Africa non si visita davvero una volta sola.
L’Africa ti entra dentro. E poi, con pazienza, continua a chiamarti.
Dormire nel Serengeti: l’esperienza che cambia il viaggio
Visitare il Serengeti durante il giorno è straordinario.
Dormirci dentro è un’altra cosa.
Noi abbiamo soggiornato in un campo tendato situato all’interno del parco.
La sera ci si ritrovava attorno al fuoco.
Le conversazioni rallentavano.
Le luci scomparivano.
Sopra le nostre teste compariva un cielo che in Europa abbiamo quasi dimenticato.
Tra i ricordi più vividi che conserviamo c’è il cielo notturno.
Venere e Giove erano allineati quasi perfettamente sopra il campo, in una linea verticale che sembrava disegnata nel cielo.
Per un istante abbiamo avuto la sensazione che il tempo fosse fermo.
Come se quel preciso allineamento celeste fosse un promemoria del fatto che eravamo lì, in quel luogo e in quell’istante irripetibile, con la chiarezza nella mente, che avremmo ricordato quel cielo, per sempre, come il cielo del Serengeti.





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