Zanzibar? Non era quello che credevo

Zanzibar è uno di quei luoghi che rischiano di essere raccontati sempre nello stesso modo: spiagge bianche, mare turchese, palme e tramonti.

E sì, tutto questo esiste.

Ma dopo esserci stati, quello che ci è rimasto più impresso non è stato il colore dell’acqua.

È stata la storia.

Una storia fatta di popoli arrivati dal mare, commerci, sultanati, influenze arabe e indiane, cultura swahili, architetture sorprendenti e anche di una delle pagine più drammatiche della storia dell’Africa orientale: la tratta degli schiavi.

Per questo, se mi chiedete Zanzibar cosa vedere, la mia risposta non sarebbe semplicemente “le spiagge più belle”.

Zanzibar va attraversata, ascoltata e, in alcuni luoghi, anche guardata con un certo disagio.

Perché è proprio lì che cominci a capire davvero dove sei.

Zanzibar non è un’isola, ma un arcipelago

Prima di partire, una precisazione geografica.

Quando diciamo Zanzibar pensiamo spesso all’isola principale, ma Zanzibar è in realtà un arcipelago dell’Oceano Indiano, formato da numerose isole e isolotti.

Le due isole principali sono Unguja, quella che comunemente chiamiamo Zanzibar, e Pemba, più verde e meno sviluppata dal punto di vista turistico. Attorno ci sono numerosi isolotti più piccoli.

Unguja è quella dove abbiamo trascorso il nostro viaggio e dove si trovano sia le grandi spiagge del nord sia Stone Town, il centro storico della capitale Zanzibar City.

E poi c’è una curiosità politica che spesso si perde dietro all’immagine della destinazione tropicale.

Perché Zanzibar fa parte della Tanzania?

Zanzibar oggi fa parte della Repubblica Unita di Tanzania, ma mantiene una propria autonomia politica.

La storia comincia nel 1964.

Il 12 gennaio di quell’anno la rivoluzione di Zanzibar rovesciò il sultanato e portò alla nascita della Repubblica Popolare di Zanzibar e Pemba. Pochi mesi dopo, il 26 aprile 1964, Zanzibar e Tanganyika si unirono formando la Repubblica Unita di Tanganyika e Zanzibar, che nello stesso anno assunse il nome di Tanzania.

L’unione non cancellò però l’autonomia di Zanzibar: l’arcipelago conserva un proprio governo e un proprio presidente, mentre le competenze legate all’Unione sono gestite dal governo della Tanzania.

È uno dei motivi per cui, ancora oggi, Zanzibar ha un’identità molto forte e distinta rispetto alla Tanzania continentale.

E quell’identità si percepisce soprattutto quando si entra a Stone Town.

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Uno scorcio isolato a Nakupenda Island @Tryatrip 2026
Il mare di Nakupenda Island
Il mare di Nakupenda Island @Tryatrip 2026
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Hotel Nungwi-Dreams by Mantis a Nungwi nel nord dell’isola di Zanzibar @Tryatrip 2026

Nungwi: il nord di Zanzibar tra maree e tartarughe

Abbiamo scelto Nungwi, nella parte settentrionale di Unguja, come base del nostro soggiorno.

Abbiamo pernottato al Nungwi Dream by Mantis, ma soprattutto abbiamo avuto modo di vivere il mare in un modo molto diverso dalla semplice idea di “giornata in spiaggia”.

Qui le maree cambiano completamente il paesaggio.

Camminare sulla spiaggia quando il mare si ritira significa vedere comparire tratti di fondale, piscine naturali e distese di sabbia che poche ore prima erano sommerse.

È una delle cose che più mi piace di Zanzibar: il paesaggio non è sempre uguale.

Segue il ritmo dell’oceano.

A Nungwi abbiamo anche incontrato un’altra presenza che caratterizza queste acque: le tartarughe marine.

Siamo stati al Baraka Aquarium, dove vengono accolte e curate tartarughe marine che arrivano anche dopo essere state ferite in mare. Di questa esperienza vi raccontiamo meglio nel nostro articolo: Le Tartarughe marine del Baraka Aquarium.

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Stone Town: il luogo in cui Zanzibar racconta chi è

Da Nungwi a Stone Town ci vuole circa un’ora e mezza in auto. E secondo me vale assolutamente la pena arrivarci.

Perché dopo aver visto il mare, bisogna vedere la città.

Stone Town è Patrimonio Mondiale UNESCO dal 2000 e basta camminare per le sue strade per capire il motivo.

Non è una città che racconta una sola cultura ma è una sorta di “documento” in pietra della storia di Zanzibar.

È il risultato di secoli di commerci e incontri lungo le rotte dell’Oceano Indiano: elementi africani, arabi, indiani, europei e swahili si sono sovrapposti fino a creare qualcosa che appartiene davvero a Zanzibar.

Lo vedi nell’architettura. Lo senti nei profumi. Lo ritrovi nei mercati.

La tradizione delle porte intagliate di Zanzibar

I portoni intagliati sono probabilmente uno degli elementi più riconoscibili di Stone Town. Te li trovi davanti agli occhi, quasi improvvismente, mentre passeggi nei vicoli col naso all’insù, rapito dagli intrighi di cavi che si intrecciano tra un edificio e l’altro.

L’UNESCO li cita esplicitamente tra gli elementi distintivi delle abitazioni tradizionali della città.

Semplificando di molto, possiamo dire che esistono due grandi tradizioni.

  • Le porte di influenza araba/omanita generalmente più sobrie nella forma, spesso con decorazioni geometriche e iscrizioni arabe.
  • Le porte di tradizione indiana/gujarati, invece più legate alle case-bottega dei commercianti indiani lungo le vie del bazar.

Avvicinandosi alle porte si possono osservare i dettagli delle decorazioni, che non sono mai casuali.
Particolarmente riconoscibile è la catena scolpita che corre verticalmente lungo la cornice di alcune porte, tradizionalmente interpretata come una sorta di confine simbolico destinato a impedire al male di oltrepassare la soglia. Ci sono anche motivi legati alla navigazione e ai commerci, come corde e squame di pesce, insieme a decorazioni vegetali e al motivo dell’albero della vita.

Un altro dettaglio impossibile da non notare sono le grandi borchie metalliche che sporgono dai battenti, quasi fossero aculei. Sono un’eredità dell’influenza indiana: richiamano le punte di ferro utilizzate nelle porte fortificate dell’India per proteggerle dagli urti degli elefanti. A Zanzibar non era necessario per cui divennero solo un elemento ornamentale,

Per non perdersi, si può seguire lo Stone Town heritage walks.
Salva la mappa nell’immagine per sapere dove trovarle.

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Stone Town heritage walks – Zanzibar @Tryatrip 2026
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Portone intagliato a Stone Town @Tryatrip 2026
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Le borchie appuntite su una delle porte intagliate di Stone Town @Tryatrip 2026
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I Portoni intagliati – patrimonio Unesco a Stone Town @Tryatrip 2026

Stone Town Zanzibar e la memoria della schiavitù

La visita di Stone Town, però, per noi ha avuto un momento completamente diverso da quello che immaginavamo.

È stata la visita alla Christ Church Cathedral e agli spazi legati alla memoria della tratta degli schiavi.

La cattedrale anglicana sorge infatti sul luogo dell’antico mercato degli schiavi e rappresenta simbolicamente il momento in cui quella pratica venne ufficialmente abolita a Zanzibar.

Accanto alla chiesa si trova il monumento dedicato agli schiavi e, nei sotterranei, le Slave Chambers, gli ambienti angusti dove le persone venivano tenute prima di essere vendute.

È stata una delle visite più difficili del nostro viaggio. Mi sono sentita soffocare là dentro. E sono dovuta uscire.

Provare anche solo a immaginare quelle stanze piene di persone, ammassate in uno spazio così piccolo, in attesa di sapere quale sarebbe stato il loro destino, è qualcosa di difficile da sostenere.

E ancora più difficile è pensare al viaggio che avevano già affrontato.

Molte delle persone ridotte in schiavitù venivano catturate nell’entroterra dell’Africa orientale e centrale e costrette a percorrere a piedi lunghissime distanze fino alla costa.

Le rotte della tratta collegavano l’interno del continente ai porti dell’Oceano Indiano. Una delle grandi direttrici arrivava fino a Bagamoyo, sulla costa dell’attuale Tanzania, da dove le persone venivano trasportate verso Zanzibar e altri mercati dell’Oceano Indiano.

Il viaggio era già una tragedia. Malattie, fame, stanchezza, violenze e morti facevano parte di quel sistema.

A Zanzibar le persone venivano rinchiuse in attesa di essere vendute nel mercato che si trovava proprio nell’area dove oggi sorge la cattedrale.

Il mercato degli schiavi di Stone Town fu uno dei principali mercati della tratta dell’Africa orientale. La documentazione storica mostra inoltre quanto fosse estesa la rete commerciale e quanto la tratta continuasse nonostante i primi accordi per limitarla.

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Monumento agli schiavi a Stone Town @Tryatrip 2026
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Stone Town – davanti la casa dove è nato Freddy Mercury @Tryatrip 2026

David Livingstone, Edward Steere e la croce nella Christ Church

Dentro la Christ Church Cathedral di Stone Town c’è un oggetto che, più di altri, sembra racchiudere la storia che questa chiesa vuole raccontare: una croce di legno conosciuta come Livingstone’s Cross.

È realizzata con il legno dell’albero di Chitambo, in Zambia, sotto il quale fu sepolto il cuore di David Livingstone, l’esploratore e missionario scozzese che fece della denuncia della tratta degli schiavi una parte importante della propria attività. La croce è conservata all’interno della chiesa, sopra il pulpito, e collega idealmente Stone Town al luogo in cui si concluse l’ultimo viaggio di Livingstone nell’Africa centrale.

Ma la storia della cattedrale è legata anche a un’altra figura: Bishop Edward Steere, terzo vescovo anglicano di Zanzibar.

Fu Steere a promuovere la costruzione della Christ Church proprio nell’area dell’antico mercato degli schiavi. La prima pietra fu posata il giorno di Natale del 1873, pochi mesi dopo il trattato con cui il sultano di Zanzibar aveva accettato di chiudere i mercati pubblici degli schiavi e vietare l’esportazione delle persone schiavizzate dai suoi territori. La cattedrale venne poi inaugurata nel 1879.

La scelta del luogo non fu casuale.

L’altare della cattedrale si trova infatti nel punto indicato come quello dell’antico palo della fustigazione del mercato degli schiavi. Una chiesa cristiana veniva così costruita proprio nel luogo che aveva rappresentato uno dei simboli più drammatici di quel sistema.

Steere morì nel 1882, quando la cattedrale era ormai quasi completata, e fu sepolto dietro l’altare della stessa chiesa.

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Le prigioni dove rinchiudevano gli schiavi in attesa di essere venduti @Tryatrip 2026
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Livingstone’s Cross – la croce realizzata con il legno dell’albero di Chitambo, in Zambia @Tryatrip 2026

Una città che racconta anche ciò che non si vede

Prima di partire avevo associato Zanzibar soprattutto all’immagine di un’isola africana dalle incredibili spiagge.

A Stone Town ho scoperto quanto fosse riduttivo il mio pensiero.

Per secoli Zanzibar è stata un crocevia dell’Oceano Indiano.

Arabi, africani, indiani, europei: persone, merci, religioni e culture si sono incontrate qui.

E quell’incontro ha lasciato tracce concrete: nei palazzi, nei portoni, nelle moschee, nelle chiese e nei mercati.

È proprio questa stratificazione culturale ad aver portato Stone Town a essere riconosciuta dall’UNESCO, perché rappresenta un esempio eccezionale di città commerciale nata dall’incontro fra culture diverse.

Freddie Mercury: sì, ma non è la Zanzibar che cercavamo

A Stone Town si trova anche quella che viene indicata come la casa natale di Freddie Mercury, nato Farrokh Bulsara nel 1946.

Non siamo andati a visitarla. Non perché non sia interessante.

Ma perché, nel nostro modo di viaggiare, non tutto ciò che è famoso deve necessariamente diventare una tappa.

Mercury nacque a Zanzibar perché la sua famiglia, di origine parsi e proveniente dall’India, si trovava temporaneamente sull’isola per il lavoro del padre.

È quindi un pezzo della storia di Stone Town, ma non è ciò che ci sembra più identitario per comprendere Zanzibar.

Abbiamo preferito dedicare quel tempo a luoghi che raccontassero la storia dell’isola e della sua gente.

Ed è una scelta che rifaremmo.

Prison Island: la prigione che non fu mai davvero una prigione

Dal porto di Stone Town basta una breve traversata in barca per raggiungere Changuu Island, più conosciuta come Prison Island.

E qui c’è un’altra curiosità.

Il nome fa pensare immediatamente a una prigione.

Ma la storia è un po’ più complicata.

Alla fine dell’Ottocento venne costruito sull’isola un complesso destinato a essere utilizzato come prigione, ma non fu mai realmente utilizzato come tale. Changuu divenne invece soprattutto una stazione di quarantena.

Oggi, però, quando si arriva sull’isola, sono le tartarughe giganti a catturare immediatamente l’attenzione.

E sono davvero impressionanti.

Sono tartarughe giganti di Aldabra, provenienti dall’omonimo atollo delle Seychelles.

Nel 1919 quattro esemplari furono inviati a Changuu come dono del governatore britannico delle Seychelles. La popolazione crebbe rapidamente e arrivò a circa 200 esemplari negli anni Cinquanta, prima di diminuire drasticamente a causa del furto e del commercio illegale. Nel 1996 erano rimaste soltanto sette tartarughe. Gli interventi di conservazione hanno poi permesso alla colonia di riprendersi. Oggi se ne vedono tantissime. Dalle più piccole alle più anziane.

E alcune hanno un’età che supera abbondantemente il secolo: si può leggere l’età sul carapace, dipinta col colore rosso da chi si prende cura di questi esemplari. La più vecchi della colonia ha più di 200 anni.

Guardarle muoversi lentamente mentre intorno a loro ci sono persone che hanno magari venti, quaranta o sessant’anni crea una strana sensazione. Sono animali che possono essere più vecchi dei nostri nonni.

E forse è proprio questo il bello di incontrarli: per una volta siamo noi a essere soltanto una piccola parentesi nella loro lunghissima vita.
Abbiamo anche avuto la fortuna di assistere a un accoppiamento in diretta. Con tutta la flemma del mondo, una tartaruga è salita sopra un’altra e ha iniziato a fare dei versi stranissimi, che sembravano quasi il suono dello sforzo… più che del piacere. Un momento decisamente curioso, soprattutto perché è successo proprio davanti a noi, senza che le due tartarughe sembrassero minimamente interessate alla nostra presenza.

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Accoppiamento tra tartarughe a Prison Island @Tryatrip 2026
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Prison Island – la zona dell’antico ospedale @Tryatrip 2026
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L’isola di Unguja vista dal pontile di Prison Island (Changuu Island) @Tryatrip 2026

Nakupenda: quando il paradiso avrebbe bisogno di meno gente

Da Prison Island abbiamo proseguito in barca verso Nakupenda, una lingua di sabbia che emerge dall’Oceano Indiano e che con l’alta marea può praticamente scomparire. Quando emerge, intorno c’è soltanto acqua.

Acqua cristallina. Sabbia. Cielo.

Niente edifici, niente strade, niente altro.

Il luogo, da solo, sarebbe sufficiente.

Ed è proprio per questo che mi è dispiaciuto vedere quanto sia sfruttato commercialmente.

Le barche arrivano continuamente.

Sulla lingua di sabbia vengono montate tende, si prepara il pesce appena pescato e si mangia praticamente in mezzo all’oceano.

Fin qui, nulla da dire. Anzi, mangiare su un banco di sabbia circondato dal mare ha indubbiamente qualcosa di speciale.

Quello che mi è piaciuto meno è tutto ciò che arriva insieme alla grande presenza turistica: musica a volume altissimo dalle casse di alcune barche, persone che passano continuamente proponendo massaggi, treccine, fotografie e persino riprese con il drone.
A questo si aggiungono piccoli spettacoli improvvisati, con giovani acrobati che utilizzano persino un enorme pneumatico come trampolino per le loro evoluzioni.

Forse Nakupenda meriterebbe semplicemente meno rumore, meno attività e meno commercializzazione. Allo stesso tempo, dietro molte di quelle attività ci sono persone che vivono di turismo, ed è impossibile ignorarlo.

Me ne faccio una ragione, almeno in parte. Ma lascio questo piccolo paradiso di Zanzibar con una sensazione difficile da scrollarmi di dosso: quella di aver visto un luogo bellissimo a cui, per renderlo più turistico, è stato tolto qualcosa.

Nakupenda Island mangiare in mezzo al mare
Il punto cucina su Nakupenda Island @Tryatrip 2026
Navigando verso Changuu Island
Navigando verso Prison Island (Changuu Island) @Tryatrip 2026

Zanzibar: il mare è solo l’inizio

Alla fine del viaggio, se qualcuno mi chiedesse cosa vedere a Zanzibar, non partirei dalle spiagge. Naturalmente il mare è uno dei protagonisti. Perché sarebbe assurdo venire fino a Zanzibar e non lasciarsi conquistare da quel colore.

Ma il mare, da solo, racconta soltanto una parte della storia.

Il resto è nelle strade di Stone Town, nei portoni intagliati, nei mercati, nelle maree, nelle barche che collegano le isole, nelle tartarughe centenarie e anche nei luoghi che ci mettono a disagio.

Perché un viaggio esperienziale, per noi, non è tornare a casa con una lista di cose viste.

È tornare con qualcosa che prima non sapevamo.

E Zanzibar, sotto questo aspetto, ha molto più da raccontare di quanto facciano pensare le sue fotografie da cartolina.

Per le informazioni pratiche sul viaggio, assicurazione obbligatoria e come muoversi nell’isola, ti invitiamo a leggere il nostro articolo: Zanzibar: informazioni pratiche prima di partire

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