A casa nostra c’è una linea invisibile che ci divide in due: da una parte lo schieramento gin, fedele alla secchezza, al taglio netto, all’aromaticità verticale: dall’altra lo schieramento vermouth, che non cerca di colpire ma di avvolgere.
Paola sta decisamente qui. Ama il vermouth perché non entra in bocca diretto, ti viene piuttosto incontro col suo sapore caldo, complesso, rassicurante.
Sembra quasi volerti dire: stai, rallenta, siediti.
Non a caso, il vermouth è un assoluto protagonista dell’aperitivo torinese, presente anche nei classici cocktail Negroni e Americano.
Torino 1786: quando nasce l’idea dell’aperitivo
La storia del vermouth è una storia torinese a tutti gli effetti.
Tutto comincia nel 1786, quando Antonio Benedetto Carpano crea una miscela innovativa partendo dal vino e arricchendolo con zucchero, alcol ed erbe aromatiche, mettendo al centro l’artemisia.
Il successo è immediato.
Quel vino aromatizzato conquista la città e diventa presto una consuetudine sociale, apprezzata tanto nei caffè quanto negli ambienti più aristocratici.
Torino non si limita a produrlo: lo trasforma in rito. È qui che prende forma l’idea moderna di aperitivo, inteso non come semplice anticamera della cena, ma come momento autonomo, conviviale, profondamente urbano.
Una curiosità: il grande stabilimento della Carpano si trovava in uno spazio industriale che oggi molti conoscono per tutt’altro motivo. Dove oggi si trova Eataly Torino Lingotto, infatti, si possono ancora vedere parti dello storico stabilimento.
Questo è uno di quei luoghi in cui Torino sa mostrare la sua capacità di stratificare le epoche senza cancellarle.
Si entra per mangiare o fare la spesa e ci si ritrova, quasi inconsapevolmente, dentro un pezzo di storia dell’aperitivo italiano.
Vermouth, Vermut, Wermut: l’origine del nome
Come si scrive vermout o vermouth?
Il nome stesso racconta un viaggio culturale. Vermouth deriva dal termine tedesco Wermut, che significa assenzio, la pianta simbolo di questa bevanda. Con il tempo la parola si è adattata alle lingue e ai mercati, diventando vermouth nella forma più internazionale, vermut in quella italianizzata, wermut in quella storica. Tutte convivono ancora oggi e tutte sono corrette. Un dettaglio linguistico che ci piace pensare, rifletta l’anima europea di Torino.
Un sapore che racconta il territorio
Dal punto di vista tecnico, il vermouth è un vino aromatizzato e fortificato, ma dal punto di vista sensoriale è molto di più.
È equilibrio tra dolcezza e amaro, tra note speziate, balsamiche e agrumate. È proprio questa complessità a renderlo così riconoscibile e, per molti, così rassicurante.
L’ingrediente che più di tutti definisce il carattere del vermouth è l’artemisia, nelle varianti absinthium e pontica, nota anche con il nome di assenzio. Si tratta di una botanica dall’anima amara, balsamica, leggermente medicinale.
Ed è proprio qui che il Piemonte gioca una partita decisiva, perché nella regione sono coltivate e raccolte la maggioranza delle erbe utilizzate.
Uno dei riferimenti storici più importanti è Pancalieri, nella pianura sud di Torino. Qui, da secoli, si coltiva l’Artemisia absinthium, favorita da un microclima particolare e da una tradizione agricola che ha reso questo comune una vera e propria capitale piemontese delle erbe officinali. Non a caso, Pancalieri è conosciuta ancora oggi come la città della menta, ma accanto alla menta l’artemisia ha avuto e continua ad avere un ruolo fondamentale nella filiera del vermouth.
Accanto a Pancalieri, un’altra area chiave è quella delle colline torinesi, tra la collina di Superga, Chieri e il Pianalto. Qui l’Artemisia pontica, più delicata e floreale rispetto all’absinthium, trova condizioni ideali grazie alle esposizioni soleggiate e alla ventilazione costante. È una varietà molto apprezzata per i vermouth più eleganti, perché contribuisce all’amaro senza irrigidirlo, rendendo il sorso più armonico e rotondo.
Scendendo verso sud, anche alcune zone delle Langhe e del Roero sono state storicamente coinvolte nella coltivazione e nella raccolta di artemisia selvatica, spesso utilizzata in combinazione con altre botaniche locali. Qui l’altitudine e i suoli calcarei donano alla pianta note più secche e resinose, ideali per dare struttura ai vermouth più complessi.
Sapere che dietro un bicchiere di vermouth ci sono campi, stagioni, mani che raccolgono e selezionano cambia il modo di berlo. Lo rende meno prodotto e più racconto!


Vermouth bianco o rosso?
Il colore del Vermouth di Torino non dipende solo dal vino, ma nasce da un equilibrio preciso di scelte produttive.
Il Bianco prende forma da vini bianchi e mantiene tonalità chiare e luminose, mentre il Rosato nasce dall’incontro tra vini bianchi e rossi.
L’Ambrato deve invece il suo colore caldo esclusivamente all’aggiunta di caramello, che ne definisce anche il profilo più rotondo.
Il Rosso, infine, il più iconico, unisce vini rossi e caramello per ottenere quella tonalità intensa che è diventata simbolo della tradizione torinese.
A definire il carattere del Vermouth di Torino è anche la quantità di zucchero, che ne orienta il gusto più della gradazione alcolica.
Le versioni extra dry sono le più secche, con meno di 30 grammi di zucchero per litro, e mettono in primo piano le note erbacee e amare.
I dry salgono fino a 50 grammi per litro, restando eleganti ma leggermente più morbidi. I vermouth dolci, invece, superano i 130 grammi per litro e offrono un sorso più avvolgente, ricco e rotondo. Tre livelli di dolcezza, tre modi diversi di interpretare lo stesso territorio.
Esiste poi il Vermouth Superiore, categoria speciale prevista dal disciplinare ufficiale del Vermouth di Torino, che deva avere almeno il 17% di gradazione alcolica, utilizzare almeno il 50% di vini piemontesi e deve essere aromatizzato con erbe raccolte in Piemonte.
Le grandi etichette e il Piemonte di nicchia
I nomi storici dell’aperitivo piemontese fanno parte del racconto identitario della città.
Carpano (1786), Cocchi (1891), Martini & Rossi (1863) e Cinzano (1757) hanno portato il vermouth piemontese nel mondo, trasformandolo in un’icona globale.
Accanto a questi grandi protagonisti, esiste però una costellazione di etichette meno conosciute dal grande pubblico ma profondamente legate alla tradizione.
Case storiche come Bordiga (1888), nata a Cuneo nel cuore delle Alpi Marittime, o Strucchi, marchio torinese dell’Ottocento riscoperto di recente, raccontano un vermouth più artigianale, fatto di ricette originali, botaniche locali e produzioni attente ai dettagli.
A loro si affiancano realtà come Chazalettes (1876), Bosca (1831), Calissano (1872), oggi rinato grazie a Gruppo Italiano Vini, Gran Torino (1861) e Distilleria Quaglia (1890).
Un patrimonio di nomi e sapori che rende il Vermouth di Torino non solo una bevanda, ma un vero viaggio culturale tra passato e presente.
Salone del Vermouth 2026 e Fuorisalone: Torino celebra 240 anni di storia
Il Salone del Vermouth 2026 torna il 21 e 22 febbraio presso il Museo del Risorgimento di Torino, celebrando 240 anni del Vermouth, simbolo della città, e i 100 anni del Tramezzino, compagno inseparabile dell’aperitivo torinese.
L’evento principale si affianca a un ricco Fuorisalone, che dal 16 al 22 febbraio trasforma Torino in un percorso diffuso tra gusto, cultura e innovazione.
Durante la settimana speciale si potranno vivere esperienze uniche:
- Cene speciali nei ristoranti con menù dedicati al Vermouth
- Drink list tematiche nei cocktail bar, con la partecipazione di bartender ospiti
- Masterclass per professionisti e appassionati, per apprendere nuove tecniche di miscelazione e conoscere prodotti iconici
- Visite a musei e luoghi simbolo, che raccontano la storia del Vermouth e della tradizione torinese
Le guest e le masterclass permetteranno di degustare creazioni esclusive e approfondire il legame tra territorio, aromi e arte della miscelazione.
Tra le esperienze di visita guidata, troviamo anche quelle curate da Somewhere Tour & Event, partner dell’evento. Sono proposti percorsi tematici capaci di unire storia urbana, caffè storici e degustazioni guidate.
Il vermouth diventa così una chiave di lettura del territorio, non solo una bevanda.


Perché il vermouth è il drink perfetto per raccontare Torino
Il vermouth ha un sapore che non chiede attenzione ma la conquista, che non impone ma resta.
Forse è per questo che, a Torino, continua a essere il simbolo più autentico dell’aperitivo: perché somiglia alla città stessa: elegante, stratificata, ma che non si mette mai davvero in mostra. Se ami Torino, perché hai imparato a farlo, con lentezza, con curiosità e ascolto, amerai anche il suo vermouth.






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